Pubblicato da: corsicaitaliana | 23 maggio 2012

Corsica terra italiana

A cura degli Irredentisti Còrsi
CORSICA TERRA ITALIANA

1940-XVIII
32 pagine

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Pubblicato da: corsicaitaliana | 1 agosto 2011

Petru Giovacchini, Corsica nostra

Petru Giovacchini
CORSICA NOSTRA

A Cura del Centro Studi e Propaganda dei Gruppi di Azione Irredentista Còrsa Roma

Tipografia Guerra & Belli, Roma, novembre 1942-XX
160 pagine

INDICE

Ai fratelli d’Italia
pag. 5

Ai fratelli di Corsica
pag. 9

Profilo storico della Corsica
pag. 13

Pasquale Paoli
pag. 55

Le opere di Pasquale Paoli
pag. 63

Una sosta a Pontenuovo
pag. 73

La dominazione francese in Corsica
pag. 79

Nozioni geografiche ed economiche sulla Corsica
pag. 89

I canti della morte e della vendetta
pag. 97

Usi nuziali in Corsica
pag. 109

Fascismo e irredentismo
pag. 117

La mia fuga dalla Corsica
pag. 127

I nostri gruppi e la battaglia irredentista còrsa
pag. 137

Come nacque e come scomparve una sezione dei Gruppi di Azione Irredentista Còrsa
pag. 153

Pubblicato da: corsicaitaliana | 1 agosto 2011

Petru Giovacchini

Petru Giovacchini (Canale di Verde, 1º febbraio 1910 – Canterano, 29 settembre 1955) è stato un medico, poeta e politico italiano originario della Corsica.

Petru Giovacchini, considerato il massimo esponente dell’irredentismo italiano in Corsica, nacque a Canale di Verde nel 1910 da un’antica nobile famiglia locale.

Dopo aver fatto gli studi liceali in Corsica, si trasferì all’Università di Pisa (come era stato abituale un tempo per gli studenti còrsi) per laurearsi in medicina.

A Pisa assieme ai còrsi Bertino Poli, poi laureatosi in lettere, e Marco Angeli (anch’egli poi medico) fondò i Gruppi di Azione Corsa, che svolgevano attività culturale e politica per l’annessione della Corsica al Regno d’Italia. Questa associazione aveva sedi in varie città italiane ed era la principale dei Corsi italiani negli anni trenta, ricevendo sovvenzionamenti direttamente dallo stesso Mussolini.

Petru Giovacchini e gli altri avevano rapporti con il Partito Fascista e con gli intellettuali italiani che si occupavano della Corsica: il famoso storico Gioacchino Volpe, direttore dell'”Archivio storico di Corsica”, il prof. Francesco Guerri, alias “Minuto Grosso”, direttore della rivista “Corsica antica e moderna”, il prof. Edmondo Pellegrini ed altri. Cercavano di mantenere i rapporti con gli irredentisti rimasti in Corsica (fra questi, Petru Rocca, capo del Partito Corso d’Azione; Giacinto Croce, archivista e scrittore; Domenico Carlotti, monsignore della cattedrale di Bastia e noto poeta dialettale con lo pseudonimo di “Martinu Appinzapalu”, ecc.).

Sia Giovacchini, che Angeli e Poli, erano al tempo stesso scrittori e poeti. Dell’Angeli si ricorda “Gigli di Stagnu”, del Poli “A Corsica di dumani”; la produzione del Giovacchini fu copiosa sia per studi storici corsi (“Archiatri pontifici corsi”), sia poetica (“Musa canalinca”, Rime notturne”). Sussistevano anche rapporti con corsi trasferitisi in Italia prima di loro, come con Anton Francesco Filippini, direttore de “L’Idea corsa”.

Dopo la guerra d’Etiopia, alla quale partecipò, il Giovacchini fu nominato membro della Camera dei fasci e delle corporazioni. Nel 1942, a seguito dell’Operazione Torch, la Corsica fu occupata dalle truppe italiane, ma il Giovacchini non rientrò nell’isola.

Fu proposto come Governatore della Corsica se l’Italia avesse annesso l’isola nel 1942, ed arrivò a dichiarare che Pasquale Paoli (l’eroe della Corsica) fu il precursore dell’irredentismo corso favorevole all’unificazione dell’isola all’Italia.[1]

Dopo l’8 settembre 1943 si trasferì nella Repubblica Sociale Italiana e così Poli ed Angeli.

Nel 1946 la Corte di Giustizia di Bastia lo condannò a morte per tradimento assieme al Poli e all’Angeli, così condannò a morte Giovanni Luccarotti, navigante; Paolo Marchetti, professore e scrittore; Eugenio Grimaldi, giornalista. La pena però non venne eseguita perché tutti i condannati a morte erano rifugiati in Italia (tranne il Grimaldi) e successivamente la Francia non chiese l’estradizione.

Al Grimaldi la pena di morte venne convertita in pena detentiva. La Corte condannò a pene detentive altri irredentisti, precisamente: Petru Rocca, 15 anni alla Caienna (Guyana Francese); 10 anni di reclusione a mons. Carlotti che morì in carcere, aveva settant’anni al momento della condanna; Croce 5 anni di lavori forzati e così pure Maria Rosa Alfonsi, parrucchiera; Maria Colombani, vedova del noto poeta irredentista Piazzoli; Giuseppe Damiani, maestro; due anni al fratello di Petru, Angelo; alla degradazione nazionale fu condannato l’ex sindaco di Pastricciola, Marco Leca.

Con la fine della guerra Petru Giovacchini si trasferì a Canterano vicino a Roma dove esercitò la professione di medico. Vi morì nel 1955.

http://it.wikipedia.org/wiki/Petru_Giovacchini

Pubblicato da: corsicaitaliana | 1 agosto 2011

Bertino Poli, Il pensiero irredentista còrso e le sue polemiche

Bertino Poli
IL PENSIERO IRREDENTISTA CÒRSO E LE SUE POLEMICHE

Edito sotto gli auspici dell’Istituto Nazionale di Cultura Fascista di Firenze

Vallecchi
Stabilimenti Grafici Vallecchi, Firenze, luglio 1940-XVIII
340 pagine

INDICE

Al Prof. Francesco Guerri
pag. 5
Al lettore
pag. 7
Lettera all’Eccellenza Ciano
pag. 9

I. LA CORSICA NELL’ATTUALE CONFLITTO

Ai miei fratelli Còrsi – Ami miei fratelli d’altre regioni d’Italia – Al nostro Duce
pag. 13
Problema economico
pag. 15
Problema culturale
pag. 20
Problema politico
pag. 30
Problema còrso ossia problema italiano
pag. 41
Duce
pag. 52
La Corsica nell’attuale momento politico
pag. 53
Conferenza sulla Corsica
pag. 79
Ai miei amici Còrsi (Guerri)
pag. 95
A proposito della rivelazione fatta al nostro Direttore dal Vescoco francese della Corsica Italiana
pag. 100
Lettera aperta di un Corso all’On. F. Pietri ex Ministro e deputato della Corsica al Parlamento francese
pag. 105

II. STATO RELIGIOSO, ECONOMICO, AGRICOLO DELLA CORSICA

L’étata religieux de la Corse
pag. 119
Cause della rovina economica della Corsica
pag. 133
Come risanarla
pag. 150
Opinioni dei Còrsi
pag. 157
Stato attuale e possibilità dell’agricoltura in Corsica
pag. 163

III.POLEMICA CON VARî GIORNALI CÒRSI SULL’ITALIANITÀ DELLA CORSICA

Al Sig. Michele Borrossi
pag. 179
La propaganda livornese (Borrossi)
pag. 184
Seconda risposta al Sig. Michele Borrossi
pag. 191
La rigoreuse argumentation de M. Borrossi
pag. 193
Le force du droit face à la force des baionettes
pag. 195
France et Corse devant le Risorgimento
pag. 196
Laissons à Paoli sa vraie figure: elle est sacrée
pag. 198
Le “Courrier de la Corse” reconnaît l’italianité de la Corse
pag. 200
Mettons l’histoire de la Corse dans son vrai cadre: l’Italie
pag. 201
Respect aux braves qui tombèrent à Ponte-Novo
pag. 204
La touchante harmonie France-Corse vue à travers le “Courrier de la Corse”
pag. 206
L’appel des opprimés
pag. 207
La Corse vivra
pag. 208
Un document
pag. 211
L’acte déshonorant de Marbeuf
pag. 212
Ponte-Novo tombeau de l’indépendence corse: légende?
pag. 214
Ponte-Novo: simple affaire d’avant-garde?
pag. 215
Ponte-Novo: journée des cinq mille traîtres?
pag. 218
Le peuple corse a-t-il droit à connaître la verité sur ses aieux?
pag. 219
Le “Petit Bastiais” à propos d’une controverse sur Ponte-Novo
pag. 221
A chacun son dû
pag. 227

IV. LA CORSICA DURANTE LA GUERRA D’ABISSINIA

A propos de la motion votée par la Municipalité d’Aiaccio à l’adresse de l’Italie
pag. 235
L’alto significato della vittoria dell’Italia Fascista
pag. 239

V. DISCORSI

Nell’immortalità di S. Croce
pag. 251
Discorso di Francesco Guerri
pag. 254
Bertino Poli ringrazia a nome dei Còrsi
pag. 260
Discorso a Santu Casanova
pag. 267
Ziù Santu
pag. 271
Al dott. Marco Angeli
pag. 281

VI. NOVELLE CÒRSE

O so’ ultimu figliolu
pag. 289
Cumpari e cummari per quantu ci pari
pag. 301
U sperdutu
pag. 317

Pubblicato da: corsicaitaliana | 1 agosto 2011

Anche i còrsi in armi a Curtatone e Montanara

29 maggio 1848-1991

ANCHE I CORSI IN ARMI A CURTATONE E MONTANARA

Nel ricordare al lettore – e ancor di più alla gioventù sviata del nostro tempo – il 143° anniversario della famosa battaglia di Curtatone e Montanara, mi è gradito precisare che a quell’episodio anche i Corsi diedero il loro apporto di sangue fraterno e di abnegazione totale alla causa dell’Unità d’Italia, che poi è sempre stata la loro, sempre in omaggio a quei legami di sangue e di storia che li legano ai fratelli della Penisola.

Colgo, pertanto, l’occasione del ritorno di questa gloriosa data, scolpita a lettere d’oro nella storia del Risorgimento italiano (da non confondersi con il falso e assurdo risorgimento 1943-1945), per riportare integralmente, in lingua corsa, un articolo commemorativo, scritto anni fa da un esimio patriota e poeta dell’isola di Corsica. Petru GIOVACCHINI, il quale con la penna e con l’azione sempre intese sentirsi nostro fratello e che mai ebbe a dimenticare l’Italia madre. Eccovene il testo:



A Curtatone e Montanara, ottantacinque anni fa!

Mentre curriva u sangue in mèzzu a i fiori di maghiu, e spiravanu i nostri giuvanotti sott’u piombu nemicu, un si sentì da punente e levante che un solu gridu: “Via l’Italia”, e stu gridu era un attu di fede.

In quellu jornu, finu a Montanara, tuscani e napulitani, in gran parte zitelli di 20 a 25 anni, affruntarunu con polsu siguru e core fermu, l’austriaci di Radetzki.

Battaglia fièra e sanguinosa induve i nostri cumbattivanu a unu contra dèce, ma soprattutto “battaglia di giovinezza”. Eranu appena cinque mila contru a trenta mila barbari, ma èranu giovani e puri e di bellu sangue italianu, e si ne andavanu, i tanti, a mòre luntanu da u paisòlu nativu, per l’onore e a libertà d’Italia!

Gloriosu particularmente fu u Battaglione universitariu, tutta bella gioventù di Siena, Pisa e Firenze, ed avianu rispostu all’appellu di a Patria, lasciendu u libru per impugnà u muschettu, e cosa che un si era mai vistu dapòi ch’u mundu è mundu, studenti e prufessori cumbattivanu fiancu a fiancu pe u listessu ideale… Ma chi lezione di patriottismu, a l’apertu, sott’a mitraglia nemica, a nant’u i campi di Curtatone e Montanara! E chi raru esempiu per un populu di ‘e più nobili virtù chi onoranu l’omu! E come simu fieri di dì: tutto què è patrimoniu gloriosu di a nostra gluriosa Italia!

Noi Còrsi rammintemu con orgogliu e devuzione, e ramminteremu sempre, cun amore filiale, che i studenti Còrsi èranu anch’elli a Curtatone, ed èranu culà per difende a nostra Mamma, l’Italia!

E fra li studenti Còrsi bulemu ricordà: i fratelli Bartulumeu e Ghiuvanni Lombardi di Bastia, e Carlu Domenicu Vincenti di l’Isola Rossa. Elli fècenu cun l’altri italiani mille prudezze di valore, malgradu l’inferiorità d’un numaru, e unu d’i Còrsi, Carlu Domenicu Vincenti murì gloriosamente per l’Italia. Unn’aviva che 20 anni.

A quelli ch’un la sanu mica, diceremu che i fratelli Lombardi eranu parenti di Donna Rachele Lombardi, a nobile cunsorte di u Duce Benitu Mussolini.

Noi, Còrsi, rammintemu con fiertà Carlu Domenicu Vincenti di l’Isola Rossa mortu nant’u campu di l’onore, e a morta di stu giovani di 20 anni è per noi una ragione di più di sperà ind’u avvenire dì a Corsica.

Petru Giovacchini (còrso)



Giovani – e perché no, lo dico anche ai non più giovani – per carità di patria, RICORDATE che la Corsica nonostante i suoi 222 anni trascorsi sotto tallone straniero, non ha mai rinnegato la sua identità italica.

Come da sempre, specie in quest’ultimo scorcio di secolo, i nostri fratelli Còrsi, ricordando l’età “paolina”, sempre più anelano di ritornare uomini liberi e indipendenti.

Pertanto, affinché anche la Corsica – l'”Isola verde”, come l’appellava il grande patriota Pasquale Paoli, “u Babbu di a Patria còrsa” – possa partecipare alla costruzione dell’europa nella veste di stato sovrano, le auguriamo nel più breve tempo possibile LIBERTÁ e INDIPENDENZA!

Perciò, gioventù d’Italia in piedi!
Giovani, per carità di Patria, RICORDATE!!!

Giuseppe Mastroserio
da bari, 29 maggio 1991

Pubblicato da: corsicaitaliana | 1 agosto 2011

Il Parroco, L’italianità della Corsica

Il Parroco
L’ITALIANITÀ DELLA CORSICA
(In appendice : Polemica “L’Eveil” – “Telegrafo”)

Collana de “Il Telegrafo” della Corsica

Raffaello Giusti Editore, Livorno, 1931-IX
pag. 126

INDICE

Prefazione
pag. V

Grazie, “Petit Bastiais”!
pag. 3

Grazie, Mons. Rodié!
pag. 7

Documenti sull’italianità della Corsica
pag. 9

I. Un testo di Geografia napoletana del 1844
pag. 11

II. Un testo scolastico italiano del 1898
pag. 16

III. Polemichetta con il Prof. A. Ghisleri a proposito dell’articolo precedente
pag. 21

IV. Cosa pensava della questione la Santa Sede nel 1871
pag. 31

V. La Corsica è Italia insulare in una pubblicazione della R. Marina del 1906
pag. 34

VI. La Corsica e Malta “paesi italiani sotto potenze estere” in un opuscolo del 1883
pag. 38

VII. Il Sovrano e il Pontefice comprendono la Corsica tra le regioni italiane
pag. 40

VIII. L’Italia nei suoi limiti naturali segnati da Dio. Un libro ed una carta geografica del 1860
pag. 44

IX. L’italianità della Corsica e di Nizza, di Napoleone e di Massena, in scritti della metà dell’800
pag. 49

X. Una pagina di Vincenzo Gioberti
pag. 55

XI. La Corsica è sempre stata considerata italiana. Perfino nell'”Europe Touring” di due anni fa!
pag. 59

XII. Volonté..
pag. 64

La sovranità francese sulla Corsica è legittima?
pag. 73

Una lettera all'”Idea Nazionale”
pag. 79

Errori francesi e linguaggi inopportuni
pag. 81

Polemica Miniconi-Omessa-Satta. (“Telegrafo” – “Eveil”)
pag. 89

I. Un articolo de “L’Eveil” d’Aiaccio
pag. 91

II. Replica a “L’Eveil”
pag. 101

III. Nuova risposta di Enrico Omessa
pag. 111

IV. La definitiva risposta di Gavino Satta
pag. 115

V. Il decalogo dell’Italianità della Corsica
pag. 121

Pubblicato da: corsicaitaliana | 3 luglio 2010

Pasquale Paoli, patriota

PASQUALE PAOLI
(1725-1807)
PATRIOTA

Al Parco del Pincio a Roma. Opera del C. Rivi, anno 1888.

(fotografia tratta da qui)

Pubblicato da: corsicaitaliana | 3 luglio 2010

Il testamento di Pasquale Paoli

Dalle pagine 49-62 del volume di Paolo Monelli, In Corsica:

Capitolo IV.

IL TESTAMENTO
DI PASQUALE PAOLI

Dopo la sconfitta di Sedan i francesi volevano vendere la Corsica per un franco; e Rochefort e Clemenceau proposero di « restituirla » all’Italia

A mezzu mare c’è un’isuletta – chi sempre aspetta – chi sempre aspetta; – a mezzu mare – c’è un’isuletta – chi sempre aspetta – in eternità.

E’ profumata – di mille fiori, – pieni di odori – pieni d’odori; – è profumata – di mille fiori, – pieni d’odori – e di beltà.

E’ suminata – di paisoli – poveri e soli – poveri e soli; – è suminata – di paisoli – chi voi a stuoli – lasciate stà.

Sappiate almenu, – o vagabondi – in tutt’i mondi, – in tutt’i mondi, – sappiate almenu – o vagabondi – si a nostalgia – viene a picchià,

ch’a mezzu mare – c’è un’isuletta – chi sempre aspetta – chi sempre aspetta…

(Ronda còrsa di Diunisu Paoli).

In una strada della vecchia Ajaccio c’e una lapide apposta il maggio 1911, che dice testualmente:

PASCAL DE PAOLI
PADRE DELLA PATRIA
RETOUR D’EXIL AVRIL 1790
REÇU À PARIS EN SÉANCE SOLENN
PAR L’ASSEMBLÉE NATIONALE
VINT À AJACCIO MAI 1791
SUR INVITATION MUNICIPALITÉ
ET JOS. ET NAPOLÉON BONAPARTE
ACCLAMÉ PAR TOUS LES CITOYENS
“NULLAMENO CHE UN SOVRANO”
DEMEURA 10 J. DANS CETTE MAISON
(PUBBLICO PALAZZO)

Interessante documento. Fra le proposizioni in francese le parole italiane tralucono come monete d’oro traverso un sacco sdrucito; l’italianita dell’isola, negata dagli attuali padroni e da quei suoi figli che credono cosi di meglio ingraziarsi chi gli dà stipendi, prebende e pensioni, continua ad affermarsi prepotente sotto la veste straniera.

Hanno un bell’agitarsi e dimenarsi i ministri còrsi, i còrsi funzionari, impiegati, pensionati e quegli abitanti ignari che hanno imparato alla scuola francese che i loro antenati erano i Galli, che Genova li ha angariati nei secoli, che l’Italia è una Nazione povera, arretrata, incapace di sfarnare tutti i suoi figli, e ne son prova quei « lucchesi » che vengono a lavorare le terre abbandonate dai còrsi, Genova tiranna, Lucca stracciona, questa è l’Italia — hanno un bel gridare che sono francesi; fanno l’effetto, ve l’ho gia detto, di quei senegalesi, di quegli algerini, di quegli annamiti che si professano anch’essi francesi; o peggio, perché costoro solo in questo modo acquistano dignità d’uomini civili, ma i còrsi cosi affermando barattano duemila anni di storia, di gloria, di tradizioni con una chincaglieria straniera e nemica.

E che altro fece quel loro eroe Pasquale Paoli — del quale le ossa si rivolterebbero nella tomba se sapesse che lo onorano nel linguaggio dei suoi nemici — se non combattere tenacemente, disperatamente contro i francesi, se non esaltare l’italianità dell’isola e la sua propria (egli non si chiamò mai altrimenti che italiano) e morì in esilio vituperando « l’intrusione straniera »? Quando si sentono questi funzionari dai bei nomi italiani vantarsi « nous sommes français » vien voglia di chiedergli nel loro idioma materno, come leggo in una polemica di stampa fra un rinnegato e un còrso di buon sangue: « E quelle cazzuttate cui pinzutacci, un vi n’arricurdate dighià più? ».

So bene che questa parola « rinnegato » dà ai nervi ai signori Peretti della Rocca, Moro Giafferri (e sì che porta il cognome del vecchio eroico generale Agostino Giafferri capo della rivolta della Crocetta contro l’oppressione francese, l’anno 1798, e fucilato dai francesi a Bastia), Campinchi, Lorenzi di Bradi, Carlo Mattei, Pierre Dominique (alias Pietro Lucchini; ma almeno il nome del su’ babbo e del su’ babbone e arcibabbone l’ha rinnegato), a tutti quei còrsi impariginati che credono abiurando di mostrarsi più leali servitori dello Stato che li paga. Ma intendiamoci, non e per questo lealismo che li chiamiamo rinnegati; finché la Corsica è un dipartimento francese ed essi hanno il passaporto francese e godono delle leggi francesi nessuno gli fa colpa di essere leali sudditi, fedeli soldati, devoti funzionari — anche se a noi personalmente siano simpatici gli scontrosi, gli irreducibili, i testardi che preferiscono vegetare in casa che brillare a Parigi. Se essi si contentassero di dire « siamo italiani di razza ma francesi di sentimento », li compatiremmo nel nostro cuore, ma non li chiameremmo rinnegati.

Li chiamiamo rinnegati perché han sempre l’aria di vendicarsi della propria origine; perché falsano geografia e geologia e storia per dimostrare che la Corsica fu avulsa da un cataclisma alla Francia, che le sue vicende non hanno mai avuto nulla in comune con quelle dell’ltalia, che il loro idioma è qualsiasi cosa, magari un gergo catalano o fenicio, piuttosto che un dialetto italiano; perché dànno una mano, anzi tutte e due, e piedi e cervello per secondare il lavorìo della Francia a snaturare la loro patria; perchè non osano nemmeno pronunciare i nomi di casa loro al modo giusto e dicono Asacsió, Peró, Casevecsiè, Bastià e Bonifasió; perchè non gli è mai passato per il capo di chiedere l’insegnamento obbligatorio dell’italiano nelle scuole e l’insegnamento religioso in italiano come pure hanno chiesto e ottenuto per la loro lingua tedesca i lealissimi e patriottissimi alsaziani; anzi appoggiano il vescovo francese di Ajaccio che impone agli isolani riti e prediche e catechismo in francese e punisce i sacerdoti che predicano in italiano o in dialetto, e piuttosto che far venire preti dall’Italia per provvedere alle parrocchie vacanti manda ai poveri fedeli della montagna parroci russi, polacchi, tedeschi, olandesi, ungheresi che non capiscono il dialetto, e ben presto un annamita che studia al seminario di Ajaccio. Rinnegati; perchè qui non si tratta più di lealtà o di devozione al paese di cui si è cittadini, è uno scodinzolargli intorno, è un leccar le mani al padrone perché conceda una carezza; e viene in mente quella frase di Cagoia: « mi no penso che par la pansa ».

E per vero, che sia interesse della Francia proclamare che fra il dialetto còrso e la lingua italiana c’è un abisso e tutt’al più una remota parentela per bandire in conseguenza l’italiano dall’isola con l’aria di voler conservarne il dialetto, ma condannando così a sicura decadenza un idioma senza letteratura, avulso dalla lingua madre, che la Francia abbia questo interesse si comprende benissimo: finché vive la lingua, vive la coscienza nazionale del popolo e l’alterezza del suo passato e delle sue tradizioni. (Già oggi i più dei còrsi istruiti, avendo poca pratica dell’italiano, non osano parlare con gli italiani il loro dialetto ed usano il francese; ed anche fra essi, almeno quando sono in Francia, preferiscono parlare in lingua, cioè in francese, che in dialetto). Ma che in questo suo subdolo programma la Francia abbia alleati e zelatori i più illustri, i più importanti figli dell’isola, è trista testimonianza di decadenza delle antiche virtù, della celebrata fierezza.

I genovesi dicevano dei còrsi che essi meritano la forca e la sanno soffrire, giudizio che sferza e loda insieme, e si capisce che Pasquale Paoli se ne compiacesse; ma oggi questi còrsi pronti ad ogni abiura non paiono più gente nè da forca nè da martirio, ma pavidi panciafichisti.

Conoscono essi il testamento del loro Pasquale Paoli, scritto in lingua italiana a Londra il 23 novembre 1804? Elencando i vari legati Pasquale Paoli scrive a un certo punto: « Lascio cinquanta lire sterline annue per il mantenimento di un abile maestro, che nel paese di Morosaglia (il suo paese natale), luogo di mezzo della pieve di Rostino, insegni a ben leggere e scrivere l’italiano, secondo il più approvato stile normale, e l’aritmetica alli giovinetti di detta pieve, ed agli altri che vorranno profittare di tale stabilimento ». E più avanti: « Avendo desiderato che fosse dal governo riaperta una scuola pubblica in Corte, luogo di mezzo per la maggior parte della popolazione dell’ isola, lascio ducento lire sterline annue per salario di quattro professori, il primo perchè insegni la teologia naturale e i principj di evidenza naturale della divinita della religione cristiana; il secondo la etica e ii dritto delle genti; il terzo i principj della filosofia naturale, ed il quarto, gli elementi della matematica. E desidero che agli alunni l’insegnamento dovrà farsi in italiano, lingua materna de’ miei nazionali ».

Oggi il legato di Pasquale Paoli contribuisce ancora a mantenere un collegio a Corte che dall’eroe prende il nome; ma l’insegnamento vi si fa in francese, e l’estrema volontà del testatore è beffata. Proprio il terzo Napoleone, proprio lui, figlio di còrsi, di antica famiglia toscana, abolì l’italiano dagli atti pubblici e dalle scuole; e, coincidenza che non appare fortuita, sotto il secondo impero s’inizia anche quella politica di negligenza e di trascuratezza per la Corsica che non ha più avuto termine. Così da tre generazioni i piccoli còrsi a scuola imparano la storia sui libri di testo francesi, s’avvezzano a esprimere idee e pensieri in francese, l’italiano è diventato per essi una lingua straniera, l’Italia e quella che i libri francesi e la propaganda francese e gli antichi odii comunali accortamente alimentati descrivono loro. La Francia è per essi una madre amorosa, anzi la Corsica è « la petite France »; e se Pasquale Paoli l’ha fieramente combattuta, gli s’insegna che questo è avvenuto perche la Francia agiva per mandato di Genova, e ad ogni modo si trattava della Francia monarchica e feudale.

(Nessuno gli dice che questa madre amorosa era pronta a sbarazzarsi dell’isola, gli anni ‘70 e ‘71, quando la terza repubblica esplose nello stesso odio contro Napoleone III e la sua patria, « nido di vipere ». Il 4 settembre del ‘70 i parigini scesero nelle strade gridando che bisognava dare al diavolo la Corsica; Si dette la caccia ai còrsi, molti ne furono uccisi fra i quali i noti comandanti Poli e Vincenzini, trentasei poliziotti còrsi furono massacrati a Marsiglia. Fu coniata una medaglia per affermare che si era disposti a vendere la Corsica a chi ne offrisse un franco: « Mort aux Corses! La Corse est à vendre à qui veut l’acheter pour un franc », diceva la leggenda. II deputato Rochefort propose il 15 settembre 1870 di dare l’isola all’Italia; anzi egli disse « restituire », tanto era vivo allora il senso che essa faceva parte dell’Italia. Fu mandato un messo alla Corte di Firenze per indurla a fare occupare l’isola; Nino Bixio fremeva, voleva sbarcarvi con i garibaldini; ma l’onestissimo Re Vittorio pensò che non era generoso approfittare delle sventure della Francia. Non si trattava d’una indignazione passeggera; ancora il 7 marzo dell’anno seguente Clemenceau propose alla Camera che la Corsica non facesse più parte della Francia « per indegnità »).

Di generazione in generazione diventa più debole la resistenza che può opporre la farniglia alle conseguenze dell’istruzione e della propaganda. Ad ogni modo, dialetto e tradizione si conservano alla meglio solo nelle famiglie paesane; quelle che si espatriano si straniano quasi del tutto. Nulla di più accorante sotto questo rispetto delle riunioni dei còrsi di Parigi ; si sente parlare quasi esclusivamente in francese, specie dalle donne. Mi dice un còrso di buona razza che fino ad una trentina d’anni fa c’erano ancora molti segni di resistenza, di fierezza, di rammarico per l’opera di snazionalizzazione, che poi son dileguati quasi del tutto. E mi cita sdegnato due versi del fiero poeta còrso Borghetti, scritti nel 1869: « Sulla fronte ha la Corsica un velo – che le cela la propria viltà ».

Bisogna fare eccezione per il coraggioso gruppo degli autonomisti còrsi; una sparuta pattuglia, purtroppo, ma battagliera appassionata e infaticabile che lotta, e con successo, per conservare in vita il dialetto e gli usi tradizionali, per opporsi al pinzutismo degli emigrati e all’invadenza della lingua e dei costumi francesi; che ricerca le antiche glorie, ripubblica gli antichi scrittori còrsi e stampa i recenti poeti popolari; e cerca di svegliare gli animi assopiti e rassegnati con parole ardite e violente: « 0 Còrsi! un fate più i servi! 0 Còrsi! discitatevi chi l’alba spunta », come proclama il capo dell’animoso gruppo, Pietro Rocca.

Ma questa diana suona appena in tempo. E si può affermare che se la Corsica conserva ancora il suo volto italico e mantiene stazionaria la sua popolazione, ciò deve agli italiani della penisola; che han cominciato un secolo fa a venire nell’isola, prima come profughi politici, poi per lavorarvi la terra e costruirvi le case, venti, trentamila ogni anno, e una buona parte di essi si fissava al suolo, e nella seconda generazione si faceva còrsa prendendo la cittadinanza francese.

Non è esagerato dire che il cinquanta per cento della popolazione attuale discende in seconda, terza o quarta generazione da famiglie venute dalla penisola. Ahimè, un travaglio da Danaidi. L’Italia versava da una parte, la Francia portava via dall’altra. Se gli italiani la smettono di venire a stabilirsi in Corsica, se quelli che ci sono cominciano ad andarsene, come gia avviene, chi popolerà la Corsica fra cinquant’anni? (Poiché la Francia tra gli altri mali gli ha insegnato a non fare più figlioli; ancora intorno al 1880 il numero annuo delle nascite era del 31 per 1000 abitanti, superando di parecchio la media francese; oggi è meno del 13 per 1000, cioè inferiore di quattro punti alla media francese). — Chi popolerà l’isola tra cinquant’anni? — borbotta l’amico còrso di buona razza; — ma perbacco, i senegalesi.

Pubblicato da: corsicaitaliana | 3 luglio 2010

Paolo Monelli, In Corsica

Paolo Monelli
IN CORSICA

Garzanti, Milano, 1939-XVII
160 pagine

INDICE

1° – Corsica terra pinzuta?
pag. 1

2° – Centosessantanove anni di malgoverno
pag. 17

3° – I braccianti della Francia
pag. 35

4° – Il testamento di Pasquale Paoli
pag. 49

5° – Quelli che non si piegano
pag. 63

6° – Avanguardia di poeti
pag. 81

7° – Col tempo
pag. 103

Conclusione
pag. 121

Appendice
pag. 137

Pubblicato da: corsicaitaliana | 30 maggio 2010

Gioacchino Volpe, Storia della Corsica italiana

Gioacchino Volpe
STORIA DELLA CORSICA ITALIANA

Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

Industrie grafiche Amedeo Nicola e C., Varese, 23 febbraio 1939-XVII

INDICE

Prefazione
pag. 7

Profilo di storia còrsa
I. Albori
II. Pisani e Genovesi
III. Corsica terreno franoso…
IV. La Corsica in regime genovese
V. Le rivoluzioni, il generalato di Pasquale Paoli, la Francia
VI. L’Europa, la Corsica, l’Italia
VII. La Corsica nel domincio di Francia
VIII. La Corsica durante il Risorgimento
IX. La Corsica d’oggi
pag. 13

Europa e Mediterraneo nel XVII e XVIII secolo
Come la Corsica divenne francese
pag. 89

Italiani vicini e lontani i Còrsi
pag. 139

La Corsica dopo il 1769
pag. 159

Studi italiani sulla Corsica
L’Archivio Storico di Corsica
Corsica e Genova: XVI-XVIII sec.
La grande rivolta e la conquista francese: 1729-69
La Corsica e il Risorgimento italiano
Gli italiani d’oggi e la Corsica
pag. 217

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