Pubblicato da: corsicaitaliana | 3 luglio 2010

Il testamento di Pasquale Paoli

Dalle pagine 49-62 del volume di Paolo Monelli, In Corsica:

Capitolo IV.

IL TESTAMENTO
DI PASQUALE PAOLI

Dopo la sconfitta di Sedan i francesi volevano vendere la Corsica per un franco; e Rochefort e Clemenceau proposero di « restituirla » all’Italia

A mezzu mare c’è un’isuletta – chi sempre aspetta – chi sempre aspetta; – a mezzu mare – c’è un’isuletta – chi sempre aspetta – in eternità.

E’ profumata – di mille fiori, – pieni di odori – pieni d’odori; – è profumata – di mille fiori, – pieni d’odori – e di beltà.

E’ suminata – di paisoli – poveri e soli – poveri e soli; – è suminata – di paisoli – chi voi a stuoli – lasciate stà.

Sappiate almenu, – o vagabondi – in tutt’i mondi, – in tutt’i mondi, – sappiate almenu – o vagabondi – si a nostalgia – viene a picchià,

ch’a mezzu mare – c’è un’isuletta – chi sempre aspetta – chi sempre aspetta…

(Ronda còrsa di Diunisu Paoli).

In una strada della vecchia Ajaccio c’e una lapide apposta il maggio 1911, che dice testualmente:

PASCAL DE PAOLI
PADRE DELLA PATRIA
RETOUR D’EXIL AVRIL 1790
REÇU À PARIS EN SÉANCE SOLENN
PAR L’ASSEMBLÉE NATIONALE
VINT À AJACCIO MAI 1791
SUR INVITATION MUNICIPALITÉ
ET JOS. ET NAPOLÉON BONAPARTE
ACCLAMÉ PAR TOUS LES CITOYENS
“NULLAMENO CHE UN SOVRANO”
DEMEURA 10 J. DANS CETTE MAISON
(PUBBLICO PALAZZO)

Interessante documento. Fra le proposizioni in francese le parole italiane tralucono come monete d’oro traverso un sacco sdrucito; l’italianita dell’isola, negata dagli attuali padroni e da quei suoi figli che credono cosi di meglio ingraziarsi chi gli dà stipendi, prebende e pensioni, continua ad affermarsi prepotente sotto la veste straniera.

Hanno un bell’agitarsi e dimenarsi i ministri còrsi, i còrsi funzionari, impiegati, pensionati e quegli abitanti ignari che hanno imparato alla scuola francese che i loro antenati erano i Galli, che Genova li ha angariati nei secoli, che l’Italia è una Nazione povera, arretrata, incapace di sfarnare tutti i suoi figli, e ne son prova quei « lucchesi » che vengono a lavorare le terre abbandonate dai còrsi, Genova tiranna, Lucca stracciona, questa è l’Italia — hanno un bel gridare che sono francesi; fanno l’effetto, ve l’ho gia detto, di quei senegalesi, di quegli algerini, di quegli annamiti che si professano anch’essi francesi; o peggio, perché costoro solo in questo modo acquistano dignità d’uomini civili, ma i còrsi cosi affermando barattano duemila anni di storia, di gloria, di tradizioni con una chincaglieria straniera e nemica.

E che altro fece quel loro eroe Pasquale Paoli — del quale le ossa si rivolterebbero nella tomba se sapesse che lo onorano nel linguaggio dei suoi nemici — se non combattere tenacemente, disperatamente contro i francesi, se non esaltare l’italianità dell’isola e la sua propria (egli non si chiamò mai altrimenti che italiano) e morì in esilio vituperando « l’intrusione straniera »? Quando si sentono questi funzionari dai bei nomi italiani vantarsi « nous sommes français » vien voglia di chiedergli nel loro idioma materno, come leggo in una polemica di stampa fra un rinnegato e un còrso di buon sangue: « E quelle cazzuttate cui pinzutacci, un vi n’arricurdate dighià più? ».

So bene che questa parola « rinnegato » dà ai nervi ai signori Peretti della Rocca, Moro Giafferri (e sì che porta il cognome del vecchio eroico generale Agostino Giafferri capo della rivolta della Crocetta contro l’oppressione francese, l’anno 1798, e fucilato dai francesi a Bastia), Campinchi, Lorenzi di Bradi, Carlo Mattei, Pierre Dominique (alias Pietro Lucchini; ma almeno il nome del su’ babbo e del su’ babbone e arcibabbone l’ha rinnegato), a tutti quei còrsi impariginati che credono abiurando di mostrarsi più leali servitori dello Stato che li paga. Ma intendiamoci, non e per questo lealismo che li chiamiamo rinnegati; finché la Corsica è un dipartimento francese ed essi hanno il passaporto francese e godono delle leggi francesi nessuno gli fa colpa di essere leali sudditi, fedeli soldati, devoti funzionari — anche se a noi personalmente siano simpatici gli scontrosi, gli irreducibili, i testardi che preferiscono vegetare in casa che brillare a Parigi. Se essi si contentassero di dire « siamo italiani di razza ma francesi di sentimento », li compatiremmo nel nostro cuore, ma non li chiameremmo rinnegati.

Li chiamiamo rinnegati perché han sempre l’aria di vendicarsi della propria origine; perché falsano geografia e geologia e storia per dimostrare che la Corsica fu avulsa da un cataclisma alla Francia, che le sue vicende non hanno mai avuto nulla in comune con quelle dell’ltalia, che il loro idioma è qualsiasi cosa, magari un gergo catalano o fenicio, piuttosto che un dialetto italiano; perché dànno una mano, anzi tutte e due, e piedi e cervello per secondare il lavorìo della Francia a snaturare la loro patria; perchè non osano nemmeno pronunciare i nomi di casa loro al modo giusto e dicono Asacsió, Peró, Casevecsiè, Bastià e Bonifasió; perchè non gli è mai passato per il capo di chiedere l’insegnamento obbligatorio dell’italiano nelle scuole e l’insegnamento religioso in italiano come pure hanno chiesto e ottenuto per la loro lingua tedesca i lealissimi e patriottissimi alsaziani; anzi appoggiano il vescovo francese di Ajaccio che impone agli isolani riti e prediche e catechismo in francese e punisce i sacerdoti che predicano in italiano o in dialetto, e piuttosto che far venire preti dall’Italia per provvedere alle parrocchie vacanti manda ai poveri fedeli della montagna parroci russi, polacchi, tedeschi, olandesi, ungheresi che non capiscono il dialetto, e ben presto un annamita che studia al seminario di Ajaccio. Rinnegati; perchè qui non si tratta più di lealtà o di devozione al paese di cui si è cittadini, è uno scodinzolargli intorno, è un leccar le mani al padrone perché conceda una carezza; e viene in mente quella frase di Cagoia: « mi no penso che par la pansa ».

E per vero, che sia interesse della Francia proclamare che fra il dialetto còrso e la lingua italiana c’è un abisso e tutt’al più una remota parentela per bandire in conseguenza l’italiano dall’isola con l’aria di voler conservarne il dialetto, ma condannando così a sicura decadenza un idioma senza letteratura, avulso dalla lingua madre, che la Francia abbia questo interesse si comprende benissimo: finché vive la lingua, vive la coscienza nazionale del popolo e l’alterezza del suo passato e delle sue tradizioni. (Già oggi i più dei còrsi istruiti, avendo poca pratica dell’italiano, non osano parlare con gli italiani il loro dialetto ed usano il francese; ed anche fra essi, almeno quando sono in Francia, preferiscono parlare in lingua, cioè in francese, che in dialetto). Ma che in questo suo subdolo programma la Francia abbia alleati e zelatori i più illustri, i più importanti figli dell’isola, è trista testimonianza di decadenza delle antiche virtù, della celebrata fierezza.

I genovesi dicevano dei còrsi che essi meritano la forca e la sanno soffrire, giudizio che sferza e loda insieme, e si capisce che Pasquale Paoli se ne compiacesse; ma oggi questi còrsi pronti ad ogni abiura non paiono più gente nè da forca nè da martirio, ma pavidi panciafichisti.

Conoscono essi il testamento del loro Pasquale Paoli, scritto in lingua italiana a Londra il 23 novembre 1804? Elencando i vari legati Pasquale Paoli scrive a un certo punto: « Lascio cinquanta lire sterline annue per il mantenimento di un abile maestro, che nel paese di Morosaglia (il suo paese natale), luogo di mezzo della pieve di Rostino, insegni a ben leggere e scrivere l’italiano, secondo il più approvato stile normale, e l’aritmetica alli giovinetti di detta pieve, ed agli altri che vorranno profittare di tale stabilimento ». E più avanti: « Avendo desiderato che fosse dal governo riaperta una scuola pubblica in Corte, luogo di mezzo per la maggior parte della popolazione dell’ isola, lascio ducento lire sterline annue per salario di quattro professori, il primo perchè insegni la teologia naturale e i principj di evidenza naturale della divinita della religione cristiana; il secondo la etica e ii dritto delle genti; il terzo i principj della filosofia naturale, ed il quarto, gli elementi della matematica. E desidero che agli alunni l’insegnamento dovrà farsi in italiano, lingua materna de’ miei nazionali ».

Oggi il legato di Pasquale Paoli contribuisce ancora a mantenere un collegio a Corte che dall’eroe prende il nome; ma l’insegnamento vi si fa in francese, e l’estrema volontà del testatore è beffata. Proprio il terzo Napoleone, proprio lui, figlio di còrsi, di antica famiglia toscana, abolì l’italiano dagli atti pubblici e dalle scuole; e, coincidenza che non appare fortuita, sotto il secondo impero s’inizia anche quella politica di negligenza e di trascuratezza per la Corsica che non ha più avuto termine. Così da tre generazioni i piccoli còrsi a scuola imparano la storia sui libri di testo francesi, s’avvezzano a esprimere idee e pensieri in francese, l’italiano è diventato per essi una lingua straniera, l’Italia e quella che i libri francesi e la propaganda francese e gli antichi odii comunali accortamente alimentati descrivono loro. La Francia è per essi una madre amorosa, anzi la Corsica è « la petite France »; e se Pasquale Paoli l’ha fieramente combattuta, gli s’insegna che questo è avvenuto perche la Francia agiva per mandato di Genova, e ad ogni modo si trattava della Francia monarchica e feudale.

(Nessuno gli dice che questa madre amorosa era pronta a sbarazzarsi dell’isola, gli anni ‘70 e ‘71, quando la terza repubblica esplose nello stesso odio contro Napoleone III e la sua patria, « nido di vipere ». Il 4 settembre del ‘70 i parigini scesero nelle strade gridando che bisognava dare al diavolo la Corsica; Si dette la caccia ai còrsi, molti ne furono uccisi fra i quali i noti comandanti Poli e Vincenzini, trentasei poliziotti còrsi furono massacrati a Marsiglia. Fu coniata una medaglia per affermare che si era disposti a vendere la Corsica a chi ne offrisse un franco: « Mort aux Corses! La Corse est à vendre à qui veut l’acheter pour un franc », diceva la leggenda. II deputato Rochefort propose il 15 settembre 1870 di dare l’isola all’Italia; anzi egli disse « restituire », tanto era vivo allora il senso che essa faceva parte dell’Italia. Fu mandato un messo alla Corte di Firenze per indurla a fare occupare l’isola; Nino Bixio fremeva, voleva sbarcarvi con i garibaldini; ma l’onestissimo Re Vittorio pensò che non era generoso approfittare delle sventure della Francia. Non si trattava d’una indignazione passeggera; ancora il 7 marzo dell’anno seguente Clemenceau propose alla Camera che la Corsica non facesse più parte della Francia « per indegnità »).

Di generazione in generazione diventa più debole la resistenza che può opporre la farniglia alle conseguenze dell’istruzione e della propaganda. Ad ogni modo, dialetto e tradizione si conservano alla meglio solo nelle famiglie paesane; quelle che si espatriano si straniano quasi del tutto. Nulla di più accorante sotto questo rispetto delle riunioni dei còrsi di Parigi ; si sente parlare quasi esclusivamente in francese, specie dalle donne. Mi dice un còrso di buona razza che fino ad una trentina d’anni fa c’erano ancora molti segni di resistenza, di fierezza, di rammarico per l’opera di snazionalizzazione, che poi son dileguati quasi del tutto. E mi cita sdegnato due versi del fiero poeta còrso Borghetti, scritti nel 1869: « Sulla fronte ha la Corsica un velo – che le cela la propria viltà ».

Bisogna fare eccezione per il coraggioso gruppo degli autonomisti còrsi; una sparuta pattuglia, purtroppo, ma battagliera appassionata e infaticabile che lotta, e con successo, per conservare in vita il dialetto e gli usi tradizionali, per opporsi al pinzutismo degli emigrati e all’invadenza della lingua e dei costumi francesi; che ricerca le antiche glorie, ripubblica gli antichi scrittori còrsi e stampa i recenti poeti popolari; e cerca di svegliare gli animi assopiti e rassegnati con parole ardite e violente: « 0 Còrsi! un fate più i servi! 0 Còrsi! discitatevi chi l’alba spunta », come proclama il capo dell’animoso gruppo, Pietro Rocca.

Ma questa diana suona appena in tempo. E si può affermare che se la Corsica conserva ancora il suo volto italico e mantiene stazionaria la sua popolazione, ciò deve agli italiani della penisola; che han cominciato un secolo fa a venire nell’isola, prima come profughi politici, poi per lavorarvi la terra e costruirvi le case, venti, trentamila ogni anno, e una buona parte di essi si fissava al suolo, e nella seconda generazione si faceva còrsa prendendo la cittadinanza francese.

Non è esagerato dire che il cinquanta per cento della popolazione attuale discende in seconda, terza o quarta generazione da famiglie venute dalla penisola. Ahimè, un travaglio da Danaidi. L’Italia versava da una parte, la Francia portava via dall’altra. Se gli italiani la smettono di venire a stabilirsi in Corsica, se quelli che ci sono cominciano ad andarsene, come gia avviene, chi popolerà la Corsica fra cinquant’anni? (Poiché la Francia tra gli altri mali gli ha insegnato a non fare più figlioli; ancora intorno al 1880 il numero annuo delle nascite era del 31 per 1000 abitanti, superando di parecchio la media francese; oggi è meno del 13 per 1000, cioè inferiore di quattro punti alla media francese). — Chi popolerà l’isola tra cinquant’anni? — borbotta l’amico còrso di buona razza; — ma perbacco, i senegalesi.

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Responses

  1. SE UNO STORICO COSCENZIOSO FACESSE DELLE RICERCHE SERIE SCOPRIREBBE CHE PASQUALE PAOLI E’ DI FAMIGLIA NAPOLETANA (IL PADRE ANDO IN ESILIO CON PASQUALE A NAPOLI PERCHE’ LI ERA LA FAMIGLIA
    .UNA FAMIGòLIA IMPORTANTE CHE PERMISE A PASQUALE DI FARE IL SERVIZIO MILITARE COME UFFICIALE NELL’ESERCITO DEL RE BORBONE
    NAPOLI ALL’EPOCA SALOTTO DELL’EUROPA SOGGIORNAVA SPESSO LA FLOTTA INGLESE E LI CONOBBE NELSON ED ENTRO IN AMICIZIQ CON PERSONAGGI INGLESI. BASTA LEGGERE LA CORRISPONDENZA CON MARIA COSWAY, IN CUI DEFINISCE L’ITALIA “PATRIA”,IL SUO TESTAMENTO QUANDO PARLA DELL’INSEGNAMENTO DELLA LINGUA ITALIANA AI CORSI,ETC ETC , PER CAPIRE CHE PAOLI CONSIDERAVA L’ITALIA LA SUA TERRA DI OORIGINE E DI CULTURA. TROVO STUPIDO CHE I CORSI ORMAI FRANCESIZZATI RINNEGHINO LE LORO ORIGINI ETNICHE COMPRESA QUELLA DEL BABBO DELLA PATRIA . UN INTELLETTUALE CORSO A CUI HO FATTO LE MIE RIFLESSIONI DOCUMENTATE MI HA RISPOSTO “NON SI PUO DIRE” ……..

  2. Salute! Quel che lei scrive è per me interessantissimo. L’origine napoletana della famiglia Paoli non è un mistero, seppure venga sottaciuta per motivazioni politiche. Mancano purtroppo i documenti, i precisi riferimenti storici. Sarebbe bello infatti che qualche storico andasse a scartabellare tirando fuori dagli archivi i documenti che attestassero senza ombra di dubbio la provenienza della famiglia Paoli. Lei che da quanto leggo è addentro la questione, avrebbe piacere a scrivere qualcosa al riguardo per questo blog?
    Purtroppo, causa problemi personali e famigliari, non ho avuto tempo di sviluppare questo spazio come avrei voluto; ma già dal mese prossimo ho diversi aggiornamenti e materiale da proporre.

  3. Dire che i Corsi sono una polazione che ha origine dai Galli, e come affermare che i Senegalesi derivano dai Scandinavi !!
    Ma Dio mio!! basta ascoltare i dialetti locali, leggere i cognomi dei Corsi,vedere i loro tratti somatici, guardare la tipologia delle vecchie case per capire quanta Italia c’è in Corsica.

    Saluti da Giancarlo

    • RICEVETTI ANNI FA UNA XILOGRAQFIA CON IL BUSTO DI PASQUALE PAOLI. ME LA INVIO’ UNA CERTA SIG.RA CAROLA PAOLI O DELLI PAOLI CHE CONOBBI PER CASO TRAMITE UN AMICO DI MADDALONI (CASERTA-NAPOLI)
      QUEWSTA SIG.RA ORA ABITA A ROMA MA NOIN HO IL SUO INDIRIZZO. TUTTAVIA A MADDALONI-CASERTA CI SONO ANCORA MEMBRI DELLA FAMIGLIA DELLI PAOLI ,GENTE DI UN CERTO LIVELLO SOCIALE (AVVOCATI-NOTAI ETC)
      OCCORREREBBE ANDARE A TRVARLI E FARE UNA RICERCA NEI LORO ARCHIVI DI FAMIGLIA.
      MI SOONO RIPROMESSO DI FARLO APPENA POSSIBILE, MA GLI IMPEGNI SONO TANTI E SONO COSTRETTO A RIMANDARE. E POI MI DOMANDO SE AI CORSI INTERESSA DAVVERO SCOPRIRE LE VERE ORIGINI DELL LORO STORIA VISTO E CONSTATATO DI PERSONA COME RIFIUTINO LA LORO INCONTESTABILE ORIGINE ETNICA

  4. Vittorino, la ringrazio del suo interessantissimo contributo. Certo sarebbe invero molto interessante e utile fare ufficialmente luce sulle radici della famiglia Paoli; radici che fanno naturalmente il paio con il sentimento di assoluta italianità sempre e continuamente manifestato da questa grande figura storica.
    Un sentimento – quello dell’italianità di Paoli – oggi purtroppo vergognosamente e volontariamente negletto dagli stessi còrsi che in tanti anni di francesizzazione, mi verrebbe da dire, si vergognano delle proprie origini.
    Spero quindi, gentile Amico, che troverà prima o poi il tempo per fare questa sua ricerca.
    Non manchi ovviamente di farcene sapere i risultati.

  5. Andrea DE CARLO residente in Corsica da 26 anni Presidente dell’associazione culturale Bastia-Napoli. Sono molto interessato al vostro blog.

  6. Sono un giornalista di Napoli e sarei interessato a ricevere delle informazioni in merito ai legami culturali della Corsica con Napoli da inserire in alcuni miei
    articoli che mi accingo a scrivere essendo da poco tornato dalla Corsica
    harrydiprisco@libero.it

  7. PASQUALE PAOLI VISSE A NAPOLI PORTATO LI DAL PADRE GIACINTO ESULE POLITCO CORSO E ARRUOLATO NELL’ESERCITO DEL RE DI NAPOLI PER CIRCA 18 ANNI. A NAPOLI FECE I SUOI STUDI SOTTO LA GUIDA DEL CELEBRE ILLUMINISTA GENOVESI. ANCHE LUI SI ARRUOLO’ NELL’ESERCITO BORBONICO FINO A QUANDO CHIAMATO DALL’AMOR DI PATRIA TORNO’ IN CORSICA PER LA LOTTA CONTRO LA REPUBBLICA DI GENOVA . CON L’AIUTO FRNACESE LA NEO REPUBBLICA CORSA FONDATA DA PAOLI FU SCONFITTA E PASQUALE DOVETTE SCEGLIERE LA VIA DELL’ESILIO. LA COSA CHE MI SORPRENDE E’ CHE NON MI RISULTA CHE QUALCHE RICERCATORE STORICO SIA ANDATO A NAPOLI PER SCOPRIRE DOCUMENTI E FATTI RIGUARDANTI ANCHE GIACINTO CHE PASSO’ A NAPOLI TUTTA LA SUA VITA.


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